Chi non aderisce ai fondi pensione incassa tutto dopo 9 mesi. Chi aderisce, resta fregato
Dopo l’Ordinanza della Corte Costituzionale si è riacceso il dibattito sul TFS. Ma c’è una contraddizione che quasi nessuno ha ancora sollevata
Si discute infatti del ritardo con cui lo Stato paga il TFS ai dipendenti pubblici. Si è arrivati finanche ad ipotizzare la condizione straordianria del prestito forzoso per il differimento rateale del trattamento di fine servizio e la questione è arrivata perfino davanti alla Corte Costituzionale.
Mentre tutti guardano ai nove mesi di attesa, quasi nessuno parla di un’altra realtà molto più scomoda: la parte della liquidazione che nei fondi pensione del pubblico impiego non può essere ritirata quando si va in pensione
la doppia penalizzazione degli aderenti ai Fondi pensione complementari
Siamo stati tra i pochi a segnalare il problema che a nostro parere è molto più grave e scandaloso del differimento del TFS riservato ai lavoratori del pubblico impiego al momento del collocamento a riposo che non si sono lasciati sedurre dalle sirene dei Fondi pensione complementare di comparto.
Al momento del pensionamento la prestazione può essere erogata in capitale nella misura massima del 50% del montante totale, mentre il restante 50% viene convertito in rendita vitalizia. Sostanzialmente confiscato dai Fondi pensione e centellinato al lavoratore in miseri ratei annuali che di fatto, bisognerebbe campare cent’anni e forse più per riscuotere il dovuto.
Al danno poi, si aggiunge la beffa: l’adesione al fondo pensione complementare di coloro che sono stati assunti prima del 2001, comporta la conversione del più favorevole TFS (trattamento di fine servizio), previsto per i dipendenti pubblici, al peggiorativo TFR (trattamento di fine rapporto), quello riservato ai lavoratori del settore privato. Basterà dare uno sguardo attento allo statino paga mensile per leggere alla colonna trattenute, l’equivalente TFR sottratto ai versamenti.
Un problema sottaciuto dal sindacato e finanche dai giuslavoristi
Emerge una contraddizione difficilmente ignorabile.
Il dipendente pubblico che non aderisce ai fondi pensione:
- attende alcuni mesi
- ma incassa l’intero TFS.
Il dipendente che aderisce al fondo:
- vede trasferita al fondo una quota consistente della propria liquidazione
- ma non può ritirarla integralmente.
In altri termini:
- nel primo caso il pagamento è differito nel tempo
- nel secondo caso una parte rilevante del capitale è di fatto indisponibile.
Eppure il dibattito pubblico continua a concentrarsi quasi esclusivamente sulla prima questione. Rammentiamo per quanti ancora non avessero ben fermo in mente: la liquidazione, che la si chiami TFS, che la si dica TFR, sono quote di stipendio versato dal lavoratore. Capitale disponibile a tutela della vecchiaia quando i bisogni aumentano e le energie diminuiscono.
Praticamente è rispamio. Intollerabile che sia confiscato nel momento di maggiore bisogno. A settant’anni mi prometti ancora un rateo? E quanti anni mi resterebbero da campare per incassare i risparmi che ingenuamente ti ho affidato caro Fondo pensione? C’è qualcuno disponibile ad intervenire in commissione di vigilanza? Perché si lasci al lavoratore l’ultima parola circa le finalità dei suoi soldi guadagnati nel corso della vita attiva?
Un problema politico: alla COVIP stanno a pettinare le bambole
È difficile non notare come su questo punto sia calata negli anni una vera e propria cortina di silenzio.
La previdenza complementare nel pubblico impiego è stata promossa con grande impegno da:
- organizzazioni sindacali
- istituzioni
- campagne informative finanziate con risorse pubbliche.
Mettere in discussione il modello significherebbe aprire una discussione scomoda.
Ma per il lavoratore il confronto resta inevitabile.
- Chi non aderisce attende qualche mese ma incassa tutto.
- Chi aderisce riceve subito solo una parte e deve trasformare il resto in rendita.
Una differenza che meriterebbe almeno un dibattito pubblico e trasparente:
se il differimento del TFS da parte dello Stato viene considerato – non senza ragioni – una forma di prestito forzoso, allora una domanda diventa inevitabile:
perché nessuno parla della quota di liquidazione che, una volta trasferita ai fondi pensione, di fatto non può più essere riscossa liberamente dal lavoratore?
È una contraddizione che meriterebbe maggiore attenzione, soprattutto ora che il tema del TFS è tornato al centro del dibattito istituzionale.
