Zangrillo elimina i quiz all’americana, 1 ml di posti a concorso per esami all’italiana ripristinati dalla AI

Nell’intervista concessa a LA STAMPA di Torino, il Ministro Zangrillo annuncia il proposito di mettere fine ai concorsi a crocette nell’ottica del merito come elemento di discrime selettivo delle competenze e sarà propriamente la AI, l’ultima frontiera della innovazione a ripristinare il vecchio modello italiano del concorso per esami e titoli. L’adozione degli LLM per le correzioni infatti, permetterà di non gravare sulle procedere e mantenere inalterati i tempi rapidi di assegnazione dei posti ai vincitori.

ritorna il concorso per meriti e saperi

Il concorso pubblico all’italiana, per componimento scritto e prove professionali, puntava a valutare la tenuta di ragionamento e la maturità del candidato. È stato, fino a tutti gli anni Novanta, uno strumento severo, erede diretto di quell’umanesimo mediterraneo che misurava nel funzionario pubblico non la prontezza del riflesso ma la solidità della cultura generale e la sua capacità di argomentare. Il questionario a risposta multipla è un modello selettivo importato dal mondo anglosassone, introdotto in Italia non per caso negli stessi anni in cui le riforme Berlinguer smontavano pezzo dopo pezzo il rigore della scuola pubblica al fine di facilitare e velocizzare i percorsi formativi per ridurre statisticamente i fallimenti: con la sostanziale eliminazione della bocciatura, lo scadimento della istruzione si è riflesso immancabilmente sul mondo del lavoro.

La crocetta sulla casellina dei concorsi pubblici, ha marciato di pari passo con l’abbassamento qualitativo dei modelli formativi. Un meccanismo che garantiva imparzialità formale e velocità di correzione, ma che finiva per produrre l’esatto contrario del merito: premiare il nozionismo mnemonico e la fortuna del caso sulla profondità di analisi culturale che il vecchio concorso, con tutta la sua lentezza, sapeva ancora riconoscere e selezionare al meglio.

1 milione di posti a concorso, l’annuncio ambizioso di Zangrillo

Su questa base tecnica poggia l’annuncio più ambizioso di Zangrillo: nei prossimi sei anni andrà in pensione circa un milione di dipendenti pubblici e ne saranno assunti altrettanti entro il 2032, selezionati non più sulla base di crocette ma di competenze trasversali valutate con il supporto dell’AI. Se dietro l’annuncio ci sarà davvero un cambio di paradigma valutativo in luogo della semplice sostituzione di un questionario cartaceo con un questionario digitale altrettanto mecchinoso, allora la Pubblica amministrazione italiana potrebbe davvero voltare pagina dopo il blocco del turnover che, tra il 2010 e il 2021, ha fatto salire l’età media dei dipendenti pubblici da 43 a 52 anni ed ha bruciato 300mila posizioni. Il dato che Zangrillo rivendica con orgoglio: l’età media tornata a 48 anni, la prima inversione di tendenza dopo un decennio potrebbe essere il sentore che qualcosa, effettivamente, si muove nella giusta direzione.

per Zangrillo la Brunetta ha fallito

Il passaggio più interessante dell’intervista, però arriva quando il ministro si toglie qualche sasso dalla scarpa nei confronti del suo predecessore. A lungo la riforma della performance varata da Renato Brunetta fu sotto i riflettori mediatici. Zangrillo senza esitzioni la stronca: «quella riforma non ha funzionato». A sostegno della sua posizione cita quasi come aneddoto la Corte dei Conti che nel 2024 notava che oltre il 90% dei dipendenti pubblici risultava valutato «in modo eccellente». Tradotto: quasi tutti prendevano il premio, la valutazione della performance si era trasformata da incentivo per meriti a rito distributivo.

Ogni tentativo infatti, di introdurre logiche meritocratiche in un corpo burocratico abituato per decenni a progressioni automatiche per anzianità si scontra con la stessa resistenza carsica, quella dei dirigenti che preferiscono premiare tutti pur di non differenziare nessuno e di non esporsi a ricorsi, incomprensioni, ritorsioni sindacali. Zangrillo lo ribadisce esplicitamente: «chi non sa valutare e non si assume la responsabilità di differenziare i premi, non può dirigere». Sarebbe meglio scrivere: chi non vuole valutare per quieto vivere, non ha la statura per dirigere!

smart working, riserve e vecchi merletti di Zangrillo

Lavoro agile, è forse il punto più critico dell’intervista di Zangrillo che con tutta evidenza, ad un anno dal rinnovo delle Camere, cede al populismo nonostante i dati Inps abbiano certificato gli effetti positivi sulla natalità e sulla conciliazione tra lavoro e tempi della famiglia molto più dei bonus elemosine: «non ho pregiudizi ideologici, ma lo smart working deve essere gestito dal dirigente in funzione della misurazione della performance». «Chi pensa che equivalga a stare a casa svincolati dagli obiettivi, sbaglia prospettiva».

Il lavoro agile continua a essere percepito, nei palazzi della politica popolati da boomers, come un rischio regressivo per la produttività più che come una leva organizzativa moderna e matura. Singolare che questa cautela arrivi appena due giorni dopo che l’Inps, presentando il suo XXV Rapporto annuale alla Camera, ha messo nero su bianco che il lavoro da remoto riduce fino all’87% la cosiddetta penalizzazione economica che colpisce le lavoratrici dopo la nascita di un figlio e che le madri che hanno potuto lavorare da casa guadagnano tra i 1.100 e i 1.300 euro in più nell’anno successivo al parto rispetto a chi non ne ha avuto la possibilità. Il presidente dell’istituto, Gabriele Fava, è stato esplicito: lo smart working produce «effetti positivi anche sulla fecondità», riduce il ricorso al congedo parentale, consente di restare più spesso a tempo pieno e dato che dovrebbe interessare non poco un ministro alle prese con la sostenibilità del sistema pensionistico, tende persino a ritardare l’età di uscita dal lavoro.

Si coglie una contraddizione nelle parole di un Ministro che vorrebbe apparire illuminato professandosi “senza pregiudizi ideologici” e che poi finisce per svelare un retropensiero passatista inquadrando il lavoro agile esclusivamente nella cornice del controllo dirigenziale e mai in quella, altrettanto legittima e oggi suffragata dai numeri dello stesso governo, delle politiche di conciliazione e di contrasto alla denatalità. La sensazione è quella che la politica voglia assecondare per mero calcolo elettorale le tendenze del populismo becero, disponendo a fidarsi di un algoritmo per selezionare un milione di nuovi assunti, ma non ancora a fidarsi del giudizio di un dipendente che, da casa propria, allatta un figlio nel mentre redige atti e risponde agli utenti in chat. Luddisti della propaganda, il mondo del lavoro pubblico non sarà mai più quello delle carte bollate. La domanda degli utenti è più avanti delle vostre riforme.

Sullo sfondo, questa intervista adombra la figura di un ministro alquanto ambigua: da un lato si vedrebbe manager, dall’altro si richiama ai vecchi usi e costumi dei boiardi Stato. Si possono abolire le crocette sulla carta, ma se restano nella testa, quella che segnano meccanicamente “chi lavora” in presenza da “chi lavora da casa”, magari anche di notte, questa riforma rischia di somigliare a molte altre viste negli ultimi vent’anni: un buon titolo di giornale, un’infografica ben fatta ed un’amministrazione che, alla prova dei fatti, cambia meno di quanto racconti.

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