C’è una data spartiacque nella storia recente della Pubblica Amministrazione italiana: il marzo 2020. Da quel momento, quasi da un giorno all’altro, migliaia di dipendenti pubblici hanno dimostrato che la macchina dello Stato poteva continuare a girare, e spesso a girare meglio, anche a motori spenti dentro i palazzi istituzionali. Chi ha fatto esperienza diretta di quel processo di vera e propria transizione sa che il lavoro agile non è stato un privilegio, ma una rivoluzione che ha riconciliato i tempi della vita familiare con quelli dell’ufficio, abbattendo lo stress e migliorando il benessere quotidiano come mai era successo prima.
Eppure, a distanza di anni, assistiamo a un tentativo sistematico di restaurazione burocratica. Il terreno di scontro si è spostato: non potendo più negare l’evidenza dello smart working, si prova a neutralizzarlo dall’interno. Come? Attraverso il falso problema della reperibilità oraria e il sistematico boicottaggio del diritto alla disconnessione
i dati VPN che la burocrazia finge di non vedere
La narrazione dominante, spesso alimentata da nostalgici del badge, vorrebbe lo smart worker come un lavoratore a scartamento ridotto. Ma la realtà oggettiva – quella che lascia traccia nei server dello Stato – racconta una storia completamente diversa.
Le analisi dei dati di traffico delle VPN (Virtual Private Network), ovvero le connessioni protette che i dipendenti utilizzano per accedere ai sistemi dell’ente da casa, parlano chiaro: il volume di pratiche, atti e flussi di lavoro evasi da remoto è di gran lunga superiore a quello registrato in presenza.
Da casa si produce di più perché saltano i tempi morti, le interruzioni da corridoio, le riunioni superflue. Ma soprattutto, si produce di più perché subentra la logica del vincolo di obiettivo. Il lavoratore non è concentrato a scaldare la sedia per sette ore e dodici minuti, ma a chiudere l’istruttoria, a deliberare, a rispondere all’utenza.
produttività versus reperibilità a turno fisso
Vincolare lo smart working a fasce di reperibilità rigide e intervalli orari speculari a quelli dell’ufficio significa svuotare lo strumento della sua stessa anima. Restare in attesa di una richiesta da soddisfare in tempo reale, davanti allo schermo in una determinata ora della mattina, non fa altro che replicare i limiti e le inefficienze della presenza.
Il paradosso è matematico. In presenza o con la reperibilità fissa, la produttività resta costante, legata al ritmo fluttuante delle richieste esterne: se non arrivano istanze in quelle tre ore, il lavoratore resta inevitabilmente a braccia conserte. Viceversa, i numeri della produttività possono tranquillamente raddoppiarsi se il tempo di evasione può essere gestito liberamente dal lavoratore secondo le sue esigenze personali nell’arco dell’intera giornata.
Se la mattinata di un dipendente è impegnata in una visita specialistica o in un adempimento personale, costringerlo a prendere un permesso o a restare bloccato in un turno rigido è un danno per l’amministrazione stessa. Quel lavoratore, se lasciato libero di gestire il proprio tempo, può tranquillamente raccogliere, processare ed evadere tutte le richieste pervenute al suo rientro a casa, magari nel pomeriggio o in serata, con una concentrazione e una rapidità che il caos e le interruzioni dell’ufficio difficilmente permettono
disconnessi e felici di lavorare ad ogni ora del giorno e della notte
La reperibilità ossessiva non aumenta l’efficienza: aumenta solo l’ansia e frammenta il lavoro. Il vero lavoro agile ha senso solo se si sposta l’asse dalla cultura del controllo alla cultura del risultato. Valutatemi per i faldoni digitali che chiudo, per i decreti che firmo, per i cittadini che servo. Non per quante volte squilla il mio Teams tra le 9:00 e le 11:00.
Finché la dirigenza della PA utilizzerà lo smart working solo come un lavoro d’ufficio traslocato a casa, continueremo a sprecare un’occasione d’oro di modernizzazione. Ridare flessibilità oraria e libertà di manovra ai lavoratori non significa chiedere di meno, significa metterli nelle condizioni di dare il doppio.
Cari colleghi, la discussione è aperta nei commenti qui sotto. Dal 2020 a oggi come è cambiato il vostro modo di lavorare da remoto? Anche nel vostro Ente la reperibilità rigida sta diventando una scusa per controllarvi a distanza anziché misurare i vostri risultati? Raccontateci la vostra esperienza.
