performace, introduciamo una novità assoluta dice Zangrillo
Riforma della Performance nella PA: Zangrillo annuncia la svolta del merito, ma è davvero tutto nuovo?
Nell’ultima intervista rilasciata a Radio 24 (Sole 24 Ore), il Ministro della Pubblica Amministrazione Paolo Zangrillo ha delineato i pilastri del disegno di legge dedicato alle performance degli uffici pubblici. L’obiettivo dichiarato è ambizioso: trasformare la PA in un’organizzazione dove la carriera sia legata esclusivamente al merito e alla misurazione dei risultati.
I punti chiave della riforma Zangrillo
Secondo il Ministro, la riforma introduce elementi di rottura rispetto al passato:
Valutazione delle “Soft Skills”: Non si valuteranno più solo i risultati quantitativi (obiettivi raggiunti), ma anche il “comportamento organizzativo”. Entrano ufficialmente in gioco la capacità di lavorare in squadra e le doti relazionali.
Il ruolo del “Capo”: La responsabilità della valutazione ricade interamente sul dirigente/responsabile diretto, che dovrà agire come un manager aziendale, definendo obiettivi chiari all’inizio dell’anno.
Stop al “tutti eccellenti”: Zangrillo denuncia che finora il 99,8% dei dipendenti riceveva il massimo dei voti. La nuova norma impone dei tetti: la performance apicale (il massimo) non potrà superare il 30% dei dipendenti, mentre quella di eccellenza sarà limitata al 20%.
Accesso alla dirigenza senza concorso: Per valorizzare i talenti interni, si prevede un percorso di promozione che passa attraverso una commissione di 7 dirigenti (di cui 3 esterni) e un periodo di osservazione di 4 anni prima dell’immissione in ruolo definitiva.
approfondiamo le novità di Zangrillo
Nonostante l’enfasi del Ministro su queste “novità assolute”, un’analisi più attenta suggerisce che molti di questi strumenti facciano già parte del corredo normativo della Pubblica Amministrazione da anni, spesso con scarsi risultati applicativi, visto che siamo ancora qui, alle prese con una nuova riforma a riformare la precedente che non va:
1. Le fasce premiali: un ritorno al passato. Zangrillo presenta i tetti del 30% e 20% come una rivoluzione. Tuttavia, chi ha memoria storica ricorda bene la Riforma Brunetta del 2009 (D.Lgs 150/2009), che già introduceva le “fasce di merito” (25% per la fascia alta, 50% intermedia, 25% bassa). Quel sistema fallì proprio per la difficoltà di applicazione in contesti dove la differenziazione viene percepita come arbitraria o punitiva. Cambiare le percentuali oggi non sembra un’innovazione, ma un tentativo di riproporre un modello già respinto dai fatti.
2. Dirigenti senza concorso: il precedente Draghi-Brunetta Anche la selezione della dirigenza basata sul merito valutativo e non sul concorso pubblico non è inedita. Il Decreto Reclutamento del 2021 (Governo Draghi, sempre a firma Brunetta) aveva già previsto e sdoganato le progressioni verticali in deroga al possesso del titolo di studio (per l’area dei funzionari) e percorsi accelerati basati sull’esperienza e la valutazione per i quadri. La struttura descritta da Zangrillo sa di minestra riscaldata, una rielaborazione burocratica in stile nemmeno poi tanto raffinato, di strumenti già esistenti più che una nuova via.
3. Il paradosso delle “Soft Skills” e del Lavoro di Gruppo Il Ministro punta molto sulla capacità di lavorare in squadra. Tuttavia, l’esperienza quotidiana di chi vive la PA suggerisce una realtà diversa: l’efficienza dei servizi spesso non deriva da una sinergia organizzata “dall’alto”, ma dall’abnegazione del singolo dipendente che sopperisce alle carenze strutturali con competenze personali acquisite autonomamente. Premiare il “gruppo” o la “capacità relazionale” rischia di essere un esercizio teorico in uffici spesso privi di strumenti moderni di collaborazione.
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