ritorna Brunetta, tutti dentro

Quanto di peggio si potesse immaginare. Il ritorno al futuro della Funzione Pubblica con Renato Brunetta, il prof Brunetta, economista di fama internazionale, nemico giurato della Cgil-FP per bocca della sua stessa segratario Serena Sorrentino: quanto di più antitetico si potesse proporre alla coesione sociale; autentico agitatore del conflitto sociale, puntualizza. Ha ridimensionato i diritti dei lavoratori. Mica roba da poco. Con la Sua riforma del 2009 (D.lgs 150), poi modificata da Monti ed infine cancellata dalla candida Madia, Brunetta avanzava nientemeno pretese di produttività del pubblico impiego. Si era intestardito a combattere il fenomeno del doppio lavoro impiantando tornelli; esigendo certificati medici e sguinzagliando medici di controllo malattia ad ogni ora del giorno fino a sera. La riforma Brunetta si spingeva dentro la busta paga degli Statali a tagliare il salario accessorio ed i premi distribuiti a pioggia come nella migliore tradizione dello statalismo assistenzialista di stampo collettivista: lavoratori tutti uguali. Lavori, non lavori; sei capace, sei un inetto; non importa. Pantalone pensa per tutti. Avanza il deficit, sale il debito, ma la colpa è del capitalismo. Profittando della crisi finaziaria, Brunetta cercò di porre rimedio a tanto sconcio. A distanza di dieci anni, fuor d’ironia, però anche noi qui al “lavoratore del pubblico impiego”, abbiamo le nostre buone e sincere critiche da sollevare al mitico Brunetta. Aver incrementato del 5% lo “stipendio di risultati” mai visti da alcuno, ai dirigenti pubblici che senza colpo ferire si videro incremetare gli emolumenti dal 25% al 30% del tabellare in piena crisi finanziaria del debito, forse solamente per ingraziarseli, non fu a nostro avviso, una meritoria opera di razionalizzazione di quella montagna di spesa ch’è il monte salari pubblico pari a 175 miliardi di euro, a quel tempo. Così come non fu propriamente da premio Nobel, cristallizzare le carriere dei dipendenti pubblici con la cancellazione dell’istituto delle progressioni verticali riservate. Nel momento in cui si chiedeva giustamente alle Pubbliche Amministrazioni efficienza e premialità del merito, impedire di fatto agli impiegati di ruolo che in buon numero svolgono per esigenze di servizio mansioni superiori a quelle per le quali sono stati assunti, di fare carriera; di vedere riconosciute le competenze acquisite sul campo, fu percepita dai lavoratori pubblici come una vera e propria ingiustizia aggravata dalla circostanza che la misura andava a colpire comunque soggetti attempati che pur bravi ed esperti, sicuramente non possono essere messi in una competizione improbabile con giovani trentenni freschi di studi, in concorsi pubblici aperti. Quale azienda privata, per restare su temi cari al professore Brunetta, impedisce al proprio personale esperto, volenteroso e di buon profitto di fare carriera e vedere riconosciuti i meriti e l’impegno quando magari ha già dimostrato di saper reggere le sorti dell’impresa in tempo di crisi? Non c’è Costituzione che tenga di fronte alla realtà dei fatti e dei risultati tangibili che l’attività quotidiana di tanti disillusi, offre in dote al servizio pubblico dietro uno sportello; al telefono o nell’amministrazione di un sistema informatico. E’ questo il solo appunto che ci sentiamo di sollevare per iscritto al professor Brunetta. Che cosa di buono n’è venuto alle Pubbliche Amministrazioni italiane; quali vantaggi ne hanno tratto gli utenti dall’aver impedito di far carriera in questi ultimi dieci anni, a quelli stessi impiegati che poi di fatto hanno mandato avanti la baracca visto che ancor oggi, tempo di pandemia, fa fatica ad assumere e sostituire? Ecco, caro professore Brunetta, oggi che Le diamo il bentornato, qui, al lavoratore del pubblico impiego La mettiamo sull’avviso: non si lasci prendere dalla furia moralizzatrice. Per quanto sacrosanta possa apparire agli occhi dei potentati economico-produttivi del nord Italia, il rientro in ufficio dal lavoro agile, sarebbe un gravissimo errore di prospettiva. Il lavoro svolto a distanza da tanti bravi, fedeli impiegati che mai hanno alienato il dovere di servire la Patria al meglio delle proprie capacità ed impegno, è una conquista del mondo del lavoro o, se preferisce, un fattore di innovazione ed efficientamento formidabile del pubblico impiego che sappiamo essere tra i motivi ispiratori delle Sue riforme. Non si lasci sedurre dalle sirene del vecchio mondo Lei, innovatore per antomasia, sa che le nuove teconologie hanno sovvertite le vecchie prassi. Hanno decongestionate le grandi città e messa la donna in condizioni di lavorare senza dover per forza di cose scegliere tra famiglia e carriera. Lei, che da buon socialista si è battuto sempre contro gli sprechi delle Pubbliche Amministrazioni, sappia argomentare con giudizio le ragioni del lavoro a distanza piuttosto che cadere nel qualunquismo del vecchio mondo cartaceo fatto di timbri, visti, copie e passacarte a iosa. Una nuova buona riforma Brunetta che sapesse certificare la transizione digitale delle istruttorie di prassi, Le restituirebbe quei meriti che gran parte del sindacato ancora oggi non vuole riconoscerLe e finirebbe per placare le Sue ansie di giustizia e correttezza con verifiche e controlli senza scampo che la sola informatizzazione diffusa e generalizzata, può garantirLe.

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