Partecipate dai Comuni, oggi e sempre resistenza

Comuni fuorilegge, è questo l’esito, per altro prevedibile, del monitoraggio curato dal Mef circa l’alienazione delle società Partecipate che non producono servizi di interesse generale; non gestiscono opere pubbliche; che sono scatole vuote con più amministratori che dipendenti come dettato dalla riforma Madia (D.Lgv n.175/2016). Da ottomila Partecipate pubbliche, dovevano scendere a poco più di mille con un risparmio previsto nell’ordine di tre miliardi dall’ex Commissario alla revisione della spesa, Cottarelli. Ebbene, a gennaio 2019 secondo il rapporto del Mef, l’introito complessivo arrivato nelle casse pubbliche è stato di soli 419 milioni. Delle procedure di alienazione avviate, soltanto 572 (pari al 33%), sono state portate a termine con successo inoltre, delle 3.117 partecipazioni azionarie per le quali le Amministrazioni avevano denunciato l’intento di recesso, solamente il 18% risulta essere stato concretamente monetizzato dal mercato. Da una analisi sommaria dei dati s’intuisce che le Amministrazioni, segnatamente i Comuni, non intendono in alcun modo rinunciare ai poltronifici di cui dispongono anche quando sono in perdita e palesemente fallimentari. Il capitalismo municipale infatti, mette a dispozione degli amministratori locali uno strumento formidabile non già per rendere servizi efficienti ed efficaci ai cittadini, nobile ragione sociale che dovrebbe informare e giustificare l’azione dei bracci operativi delle macchine comunali, bensì perché sono un mezzo utile alle campagne di assunzioni discrezionali quando non spudoratamente clientelari, per mantenere il consenso soprattutto nelle aree a ritardo di sviluppo dove la mano pubblica, alla leva della crescita preferisce azionare la meglio collaudata leva dell’assistenza. Il blocco del turn over ed i vincoli di bilancio sono stati abilmente aggirati dalle Amministrazioni con informate sconsiderate nelle società pubbliche di soggetti e personaggi inadeguati nel migliore dei casi, quando non del tutto estranei al mondo del lavoro. Molte di queste società formalmente sono spa, ma in sostanza si mantengono in regime di monopolio continuando a detenere l’esclusiva di servizi e patrimoni che potrebbero, diversamente impiegati, generare redditi ed essere una valida fonte alternativa di entrate. Continueranno invece allegramente a gravare sui magri bilanci delle Amministrazioni locali, alcune delle quali macroscopicamente incapaci di riscuotere i crediti e le rendite. I deficit di programmazione e di spesa di molti Comuni, hanno ragioni evidenti che sono sotto gli di tutti e che si potrebbero risolvere. Solamente chi non vuol vedere, non vede. L’autonomia spinta poi, completerà il quadro già fosco. Sicilia docet…

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